Il mio sole, d’inverno

Il sole ha, d’estate, un posto irruente, superbo.
In mezzo al cielo vivido di azzurri insolenti.

Nel temporale d’agosto si nasconde,
per uscire poi a far brillare sentieri,
asfalti e foglie.

Sta a ridersene di oasi frondose, di acque accoglienti,
pronto ad assalire, fiera acquattata, se t’azzardi a lasciare freschi ripari.

È in inverno che diventa mio.
Quando sbuca tra nuvole colme
tentando di scaldare ancora.

Quando offre egli stesso tiepido riparo
e non rincorre più né scaccia ombre.

Quando sta, fermo e quieto, ad osservare strade,
vuote o abitate, pur sempre percorse.

 

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Respiro

E se tra il giorno e la notte
Non trovo la linea sottile
Del confuso continuare,
Del smorzare la luce
Per guadagnare un frinire
Insistente e nervoso.
Se non lascio al respiro
Un tono sbiadito
Di note stonate, rapite
Se riempio anche il tempo muto
Di cose affrettate e puntuali
Se devo e non voglio
Se parlo e non resto,
Allora si sveglia
Quale inquieto guardiano
Il mio animo antico
Lontano
E mi sussurra
Stai,
Respira;
Coprendo con drappo leggero
Mosso dal vento
L’inquieto pensare

Ai luoghi piace cambiare

L’immagine  è “Nostalgia”, opera di Margherita Cuneo 

Vi è mai capitato?

Arrivate in un luogo a voi noto, ne conoscete esattamente i passi che collegano una porta da un’altra, sapreste dire ad occhi chiusi le finestre che si affacciano su quella piazza. Conoscete la facciata di quella chiesa che vi guarda, con le sue nicchie vuote che avevate pensato orfane di chissà quali statue, con le tre porte di cui quella centrale si apre solo ai matrimoni e ai funerali.

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