Rigattiere

Oggi il sito “una parola al giorno” mi propone RIGATTIERE.

In fondo leggo:

“Col mestiere si fa desueto anche il nome. Ma la suggestione del recaptare è notevole, trasmette in modo incisivo l’idea di un recupero che reimmette con poco valore, senza originalità. E allora perché non parlare del professore che nei suoi articoli si fa rigattiere riproponendo idee vecchie riacchiappate qua e là, della comicità da rigattiere della persona di spettacolo, della nuova biblioteca pubblica, celebrata ampollosamente, che è solo un ammasso di rigatteria.”

Siamo in un mondo di “rigattieri del pensiero”; immersi in stimoli portati senza personalizzazione e originalità, quando va bene. In caso contrario è lo scopiazzamento, la riproduzione in copie seriali e poco distinguibili di altrui idee, con attribuzioni di paternità estemporanee e fasulle.

Siamo rigattieri quando facciamo branco scompostamente, costretti come gli ignavi del girone dantesco ad inseguire insegne prive di significato che si muovono velocemente e senza sosta. Eccoci schierarci affannati e ciechi, incapaci di vedere oltre a slogan vuoti.

Brutalmente schiavi di un’ipertrofia dell’io, nutrita di apparire, di fare senza stare, ci appropriamo di altrui lavori e pensieri o ci lanciamo in guerre come miserabili pestilenti a misurare i bubboni più titolati, a spartire una torta stantia e poco lievitata in nome di granitiche categorie.

In luogo di rivolgere uno sguardo verso di noi, di studiare, di definirsi in confini amici e non angusti rispondiamo all’ideale narcisistico del millennio di spaziare in un tutto cosmico che ci restituisce sputacchiati e masticati alla confusione del far tutto… e tutto piuttosto male.

Facilmente ingaggiati in una lotta verso un altro cattivo, un lupo spelacchiato con il ventre aperto dal cacciatore amico di una strana tizia dal cappuccio rosso, finiamo per odiarlo davvero senza neppure averlo visto.

Ma quanto siamo poveri, rigattieri di nei nostri stessi pensieri, rivenditori sotto costo della nostra stessa persona!

Potremmo sostituire quest’opera confusa di raccattar macerie e rivenderle, con una più nobile arte di collezionismo, di raffinatezza e gusto, di eleganza antica ma non mefiticamente intaccata da pensieri di naftalina.

Si può non vergognarsi di parlare italiano, di saper comunicare ed aver cura di lemmi e sintassi, di pensare a sinergie e non caste, di stare universalmente bene al proprio posto, immuni da rigurgiti acidi di rigattieri poveri di spirito e di acume, troppo spesso inondati da mefitica ignoranza.

Non avete capito ciò che ho scritto? Mi dispiace, sinceramente.

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