Esercitarsi all’attenzione

Imparare ad esercitare l’attenzione, soprattutto focalizzandosi su un processo comunicativo, è un’attività che facilita tutti gli operatori che a vario titolo sono impegnati in attività relazionali (dalla relazione d’aiuto al manager a cui è richiesta la gestione del gruppo lavoro).

È chiaro che spesso non si ha il tempo per fare un’analisi approfondita ed è altrettanto palese che nella vita reale non possiamo riavvolgere il nastro per vedere e rivedere una scena.

Apprendere un metodo di osservazione ed analisi ha come obiettivo quello di rendere pervi i canali comunicativi, aperti alle informazioni e alla lettura contemporanea di dati e suggestioni mantenendone il confine.

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La percepita violenza del rifiuto e la valenza della narrazione.

narrare1Una delle tematiche ricorrenti che mi sono trovata ad ascoltare durante gli incontri di counseling è quella legata al rifiuto, meglio, al vissuto di chi si sente in qualche modo allontanato, diverso, escluso.
Quale sia la dinamica alla base di queste emozioni, indipendentemente dall’ambiente di esclusione (scolastico, sportivo, gruppale, amicale, affettivo), la vittima dell’allontanamento si percepisce, essa stessa, disfunzionale e arrabbiata; si prodiga in affannose ricerche di un perché, di cosa si può aggiustare, di cosa manca.

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Ok! Ti ascolto!

Giorgione_029Ascoltare è un lavoro!
Predisporsi ad ascoltare qualcuno è innanzitutto un atto di volontà.
Chi lavora nell’ambito delle relazioni d’aiuto spesso sente parlare in maniera quasi ridondante dell’ascolto attivo; non sempre si approda ad esso con dovute riflessioni.
Possiamo dire che normalmente quando una persona parla desidera essere innanzitutto ascoltata, o meglio quasi esclusivamente ascoltata. Nonostante questa premessa, vista la nostra condizione sociale di soluzionisti convinti, fatichiamo rimanere parte ricettiva e non invasiva in questa dinamica.

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L’ascolto efficace e il rischio di intervento di facilitazione

marriage.counselorE’ bastato un input dell’amica Claudia Ravaldi[1] per farmi riflettere circa la tentazione, mi si passi il termine, di accelerare il processo in atto in una relazione d’aiuto. Quando mi trovo di fronte al dolore, alla sofferenza indicibile di un lutto relativo alla morte di un bambino ma anche rapportandomi ad altri vissuti di perdita e di fronte allo smarrimento che leggo più volte negli occhi di chi mi si rivolge in cerca di un aiuto, nasce imperioso il desiderio di intervenire per accellerare quel tempo così gravoso, nell’ottica di portare un sollievo più veloce in termini di tempo al cliente che mi si rivolge.

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