Esiste nonostante tutto

“Non so dove metterlo tutto questo amore, non serve più a nessuno” dice L. con gli occhi così pieni di lacrime che li deve spalancare per trattenerle.
“È caduto dalle scale, il primo giorno della sua pensione, ed è morto, così… non è neanche più riuscito a dire nulla. Quando è arrivato il dottore era già morto, ha detto che è rimasto lì, sul colpo”.
Rimane in silenzio, le mani una sull’altra e in grembo. Si gira la fede nuziale che trattiene anche quella che era stata del marito. Prende un fazzoletto e lo appoggia sotto gli occhi, un gesto attento, di chi è abituato ad essere truccato.

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Esercitarsi all’attenzione

Imparare ad esercitare l’attenzione, soprattutto focalizzandosi su un processo comunicativo, è un’attività che facilita tutti gli operatori che a vario titolo sono impegnati in attività relazionali (dalla relazione d’aiuto al manager a cui è richiesta la gestione del gruppo lavoro).

È chiaro che spesso non si ha il tempo per fare un’analisi approfondita ed è altrettanto palese che nella vita reale non possiamo riavvolgere il nastro per vedere e rivedere una scena.

Apprendere un metodo di osservazione ed analisi ha come obiettivo quello di rendere pervi i canali comunicativi, aperti alle informazioni e alla lettura contemporanea di dati e suggestioni mantenendone il confine.

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Gli occhi dei bambini

 

Ancora una volta mi trovo ad osservare come spesso la comunicazione non sia oggetto dell’attenzione di cui avrebbe bisogno. Da un po’ di giorni gira sul Web un video dal titolo: osservare la disabilità con gli occhi dei bambini.
Il concetto proposto è senza dubbio condivisibile e tratta della spinta a cercare guardare gli altri senza pregiudizi, come bambini appunto, in qualche modo non filtrati da preconcetti.
Il filmato ci mostra coppie composte da genitore e figlio che sono invitate ad imitare le smorfie che alcuni attori propongono in un video; ad un certo punto le smorfie sono fatte da una ragazzina disabile. Mentre i bambini imitano anche quest’ultima, i genitori non lo fanno e mostrano segni di disagio.

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Di maschere, di “sé” e di comodità.

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Gran parte della mia vita non può essere narrata, e gran parte di quello che posso dire non val la pena di essere detto. Ci sono molte cose che ho imparato a non dire agli altri, perché sembravano bizzarre. Gli altri si spaventavano e cercavano di nascondere la loro paura con maniere spavalde, dicendomi con fiducia cosa fare. Se avessero espresso la loro paura, ne avremmo potuto parlare, e anche della mia. Nascondendola, mi davano qualcos’altro da nascondere, insieme alle cose che non si possono dire. 1

Con queste poche righe Barry Stevens mi aiuta a riflettere circa il fenomeno della “maschera”, quella che ci rendiamo conto di indossare ogni qualvolta pensiamo di non piacere agli altri, di dover essere differenti da ciò che siamo, in qualche modo di essere performanti.

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  1. Carl R. Rogers, Barry Stevens, “Da Persona A Persona”, Ed. Astrolabio. (Della mia vita VI, pag 123)

Un regalo sbagliato

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Hai mai avuto la sensazione di aver fatto un regalo sbagliato?
Ecco, io mi sento così.
Mi sento come chi ha dedicato molto tempo e cure alla ricerca di un fantastico dono, il più bello, per una persona speciale; l’ho confezionato con amore, ho fatto fiocchi dorati e ho scritto un meraviglioso biglietto. Poi ho atteso il momento di poter dare ed infine ho offerto, con il cuore gonfio di emozione.
E niente… tutto ciò che avevo immaginato non è stato. Ho sentito solo freddo.

Ciò che ci aspettiamo spesso è la molla verso la costruzione ma anche lo scivolo verso un baratro che non vorremmo visitare.

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