Due panchine: una di fronte all’altra. Anzi quattro.

Le storie di chi vive in piccoli paesi si avvinghiano a elementi dell’architettura urbana; per esempio alle panchine. Queste sono quattro, due a due, gemelle. A listoni di ferro, verdi. Stanno lì, due vicino al campo da tennis in asfalto dipinto di rosso; due vicino alla cabina telefonica sotto gli alberi dalle grandi fronde verdi che ombreggiano anche l’area dedicata ai giochi dei bambini, con le altalene ed un fondo in ghiaia appuntita che ti chiedi chi lo abbia studiato. Un lato del parchetto confinava con uno stretto campo da bocce ed al centro si ergeva il “Monumento ai Caduti”, con i nomi dei soldati morti in guerra e le date. Intorno a quell’obelisco una catena nera definiva una protezione.

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La scala

Saliva velocemente la lunga scalinata dai gradini bassi e ampi che portava al piazzale della chiesa del paese. Ogni tanto poggiava la mano sulla ringhiera fissata al muro, non che le servisse, non che si aggrappasse; sfiorava con il palmo il ferro che risultava granuloso al tatto e che le regalava briciole di vecchio smalto e odore di metallo, che si incollavano alla sua pelle.
Allungava il passo in modo da arrivare al centro della pedata costringendosi ad un balzo leggero che le permetteva un solo piede in appoggio. Alla curva dello scalone i due gradini pié d’oca la infastidivano molto, non consentendole di mantenere il suo ritmo danzante.

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