La violenza delle inutili parole

Da quanto leggo oggi, rispetto al dolorosissimo episodio di Rimini, i racconti non sono che un perpetrare un’altra violenza nei confronti di chi ha dentro di sé un macigno da sollevare dal cuore.
Non fa che suscitare orrore la lettura di atti che una vittima ha rilasciato ad inquirenti al fine di avere giustizia, ottenendo invece la divulgazione di particolari orrendi, in pasto al pubblico tutto, compreso quello che segue questa vicenda nutrendosi di un ossessivo gusto per una pornografia nascosta da virgolette che riportano deposizioni.

Una violenza assurda, degli stupratori, dei giornalisti, di fake sui social che narrano di asportazioni dell’utero. Nessun pensiero a queste vittime che, un giorno, leggeranno tutto questo?

Sembra che il passaggio legato all’indignazione rispetto alla violenza sessuale perpetrata da un branco impazzito, sia sdoganante qualsiasi scritto senza per nulla pensare di quale altro danno ci si rende responsabili.

“Mettiamo che una storia, di una donna, contenga uno stupro. Mettiamo che questa storia debba essere narrata per uscire definitivamente da lei. Proviamo a descrivere questa storia, omettendo chiaramente tutto ciò che ricondurrebbe a lei ma rimanendo nella potenza narrativa e nell’opera di bonifica che il racconto esegue, da solo, in un autorigenerarsi di particolari e resilienza.”