Fragile

Ho svoltato l’angolo
e mi sono inciampata
nelle mie fragilità.

Ne ho schiacciata una,
con la punta della scarpa,
ma l’altra saliva su per la gamba,
inarrestabile.

Una saltando mi ha dato un morso,
così forte da ferirmi;
ho sentito il sangue scendere
caldo e lento, dal cervello al cuore.

Mi sono divincolata dai loro artigli,
ho tentato di ripulirmi da quel catrame,
mi sono lavata mille volte e poi cento.

Ne ho chiuse un po’ nell’armadio,
ma graffiavano le ante
e soffiavano parole di gelo,
sogni infranti, 
tele interrotte,
disegnate piano da mani fragili e attente.

Stremata, esausta, arresa,
mi sono seduta nell’angolo della cucina
quella vecchia, di mia nonna,
quella che sa di mele al forno e cannella.

Ho abbracciato le mie gambe,
e appoggiato la fronte,
in una posizione nota
dal tempo delle ginocchia sbucciate.

Ho respirato forte
ho aspettato cauta,
poi le ho chiamate
ad una ad una
con il loro nome.

E loro si sono sedute con me.

 

 

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