Il diritto alla felicità

Arriva sorridendo, mi stringe forte la mano, ogni volta.

Energica, attiva, una fila di denti molto bianchi brillano tra labbra colorate di rosa.

Ha compiuto 60 anni qualche tempo fa, dice.

Ha avuto 3 mariti ed ora convive con un compagno di 10 anni più giovane di lei; quando lo racconta dice “non si può dire che io non creda al matrimonio, ci ho sempre riprovato”.

V. parla della figlia, nata dal primo matrimonio, la primogenita di tre. Il suo sorriso si spegne, gli occhi si inumidiscono: “È arrabbiata con me perché ho un altro uomo. Non vuole parlarmi, non vuole neanche farmi vedere i nipoti. È furiosa. Dice che non cresco, che non mi merito l’affetto di nessuno perché poi io lo scarico.”

Pronuncia queste parole sottovoce e in fretta, le sputa, le vomita. Butta fuori questo dolore misto ad un disprezzo che ingoia ma che non comprende.

V: “T sta con suo marito da 25 anni. Tra fidanzamento e matrimonio. È stata capace e fortunata… ma ci vuole la fortuna, è un componente. Quelli che ti dicono che il tuo futuro te lo costruisci tu mi fanno inca@@@re, mi scusi ma quando ci vuole… Si può credere davvero che uno si sposi tre volte perché è superficiale e stupido, tutto qui?! Nessuno pensa che forse ci si è provato, che ci si è impegnati tanto, ma che non funzionava e tu eri triste ogni volta che aprivi la porta di casa così triste da voler morire. Prima di morire te ne vai. Non crede?”

Io: “Io sento che è arrabbiata e delusa e sente un giudizio su di lei che non vive come suo. Ho notato che ha utilizzato la terza persona (che uno si sposi, ci si è provato, ci si è impegnati…). Mi piacerebbe, se le va, che riformulasse il concetto usando la prima persona”.

V: “Si. Io ci ho creduto tanto, ho costruito tre nidi, rametto per rametto. Ho amato con passione senza risparmiarmi ma non è bastato, non ha funzionato. Uno mi ha tradito più volte, uno si è come spento, sembrava un altro, il terzo lo stesso. Come se dopo un po’ smettessero di crederci e diventano fantasmi che girano per la casa vuoti”. 

Io: “Le sembra che non abbiano investito nel rapporto come sente di aver fatto lei”

V: “È quello che credo. Ma non importa, non ho rimpianti. Però vorrei che T non fosse così cattiva con me. Voglio solo essere felice… è un reato? È così brutto? Quando uno non è felice non sta bene e non fa star bene quelli che hanno intorno”

Io: “Lei non sta bene quando non è felice e sente così di danneggiare anche gli altri?”

V: “Si, scusi, ho usato di nuovo la terza persona. Pensa che lo stia facendo perché ne prendo le distanze? È brutto?”

Io: “Preferisco che si esprima in prima persona perché trovo sia più efficace ai fini del suo racconto. Non ho ragionato in termini di brutto-bello. Lei sente di prendere le distanze quando narra in terza persona?”

V: “Forse si. Probabile. Perché T fa così? Alla fine io non le ho fatto nulla di male”

Piange sommessamente. Poi mi guarda fisso.

V: “Credo che io abbia il diritto di essere felice e vorrei che T fosse felice con me, per me. Non riesco ad esserlo completamente se la sento distante”.

Io: “Vorrebbe colmare questa distanza tra voi”

V. “Si. Ma devo lasciare M per costruire questo ponte secondo lei? Devo rinunciare a me, alla mia vita?”

È arrabbiata e si fa rossa in viso.

Io: “Pensa di dover far qualcosa lei per colmare questo spazio?”

V: “Se aspetto T… non ne usciremo” 

Sta in silenzio qualche secondo.

V: “Però è vero. Sono sempre io che faccio cose, anche con i miei compagni. Faccio faccio faccio e poi mi lamento perché loro non fanno neppure un quarto di quanto faccio io. Forse perché faccio anche il pezzo loro”

Silenzio.

Sguardo basso, sulle sue mani.

Solleva la testa e mi fissa.

V: “È cosi vero? Non lascio spazio. E poi ci rimango male perché non vedo l’impegno che ci metto io”

Silenzio. 

V: “Forse potrei chiamare T e dirle come sto e cosa sento, senza difendermi”

Io: “Sente che sia un passo possibile per lei ora?”

V: “Posso farlo e lo credo giusto. Giusto per noi. Metterò il mio pezzo e aspetterò che T metta il suo; dice che lo farà?”

Io: “Non lo so. Come la fa sentire il pensiero di questo tentativo?”

V: “Mi fa sentire al mio posto. Basta no?”

Scambio all’interno di un percorso di counseling.
Il testo è stato approvato dal cliente che ha acconsentito alla pubblicazione in questa forma

Lascia un commento

Enter Captcha Here : *

Reload Image