Tollerare

etimologia accettare

Oggi vorrei fare una breve riflessione circa la tolleranza, in specifico quanto questa pesi nelle relazioni interpersonali.

Partirò, come spesso faccio, dall’etimologia. Il verbo tollerare ha una radice indo germanica “TAL” che significa portare; in greco “talaros” è la cesta, il contenitore in cui si porta.

Tollera quindi chi sopporta un peso, il tollerato. Nella parlata comune c’è una spinta alla tolleranza più che all’accettazione, tema a me caro verso il quale sento una più decisa appartenenza.

Accettare ricevere con gradimento ed ha ben altra valenza.

Nella tolleranza è presente un pericoloso traino, potremmo pensare ad una borsa che diventa sempre più pesante ad ogni sopportazione, con il rischio di rompersi per il troppo carico.

La via del compromesso è lastricata di tolleranza direi parafrasando un vecchio adagio; quella della soluzione non può prescindere dall’accettazione.

Accettare non significa condividere; accettare è vedere l’altro lì dove si trova e sentire cosa suscita in noi la sua posizione, chiedendoci se ci possiamo stare o se invece sentiamo una spinta intima a convincere, prevaricare, distogliere, così forte da rispondere solo a quella, senza considerare la persona di fronte nella sua interezza, con le sue fragilità.

Paradossalmente è l’incontro con le nostre intime debolezze ciò che diventa motore nei confronti delle posizioni distanti, verso le quali possiamo sentirci reattivi, tolleranti o accettanti.

Vi siete mai sentiti tollerati? L’emozione che abita chi è sopportato non è vicino al benessere ma rimanda ad inadeguatezza e disistima. Rivolgersi a qualcuno chi risponde cortesemente ma che non è vicino a livello emozionale (empatia), lascia un disagio tangibile. Quando siamo noi a vestire i panni della tolleranza siamo consapevoli di ciò che lasciamo all’altro?

Mi chiedo, insomma, quanto siamo presenti alle nostre posizioni e cosa facciamo per esserlo. Il guadagno che avremmo porta in sé autenticità e tranquillità e un congruente modo di agire.

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